Il defrag sui dischi allo stato solido non va fatto. Questo perché non solo è inutile, ma anche dannoso.

Vediamo intanto perché è inutile

La deframmentazione serve a riposizionare in modo contiguo i settori disco occupati da un determinato file.
Questo perché sui dischi magnetici (HDD), un file salvato su settori distanti tra di loro genera maggiori movimenti della testina, rallentando di fatto l’accesso al file e quindi l’intero sistema.
I dischi allo stato solido (SSD) sono invece ad accesso casuale (come la RAM), e in particolare mutuano la tecnologia NAND dalle schede di memoria Flash, tecnologia che, oltre a permettere una distribuzione dei dati e quindi una velocità d’accesso a essi uniforme, rende omogenea anche l’usura dell’unità.

E proprio questa considerazione mi permette di spiegare perché il defrag sui dischi SSD diventi dannoso

I dischi allo stato solido sono soggetti a usura, e quindi hanno una data di scadenza (non allarmatevi, quelli attuali hanno dati di targa di 5/8 anni).
Quindi ogni operazione in scrittura che effettuiamo ne accorcia virtualmente la vita.
La deframmentazione, per definizione, riscrive l’intera superficie del disco, per riposizionare i file in modo contiguo.
Per farlo, esegue moltissime scritture che non solo sono, come abbiamo visto, completamente inutili, ma usurano anche la superficie stessa.

Per concludere, spezzo una lancia a favore di Windows 8

A differenza di Windows 7 (in cui l’utility veniva disabilitata qualora fosse stato rilevato un SSD), in 8 il defrag si "adatta" a seconda del tipo di disco rilevato.
In caso di SSD, esso invia dei suggerimenti per ottimizzare e pulire la memoria di massa,  eliminando file non più utilizzati o inutili (l’operazione si chiama infatti Ottimizzazione).

Il consiglio è quindi quello di tenere abilitato il tool di defrag integrato in Windows, evitando qualsiasi altro programma di terze parti.  

Queste informazioni ti sono state utili?

Condividi sui Social Network