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IPv6 ancora lontano dalle PMI

27 Maggio 2013

Sono più di dieci anni che si susseguono annunci drammatici sull'imminente esaurimento degli indirizzi IP.
In realtà la soluzione a questo biblico flagello esiste e si chiama IPv6.
Ma non sembra che tutti avvertano l'urgenza di adottarla.

Abbiamo chiesto ai rivenditori di Achab, che erogano servizi IT principalmente alle PMI, quanto spesso capiti di installare il nuovo protocollo presso le reti dei loro clienti


Quante volte ti è capitato di utilizzare il protocollo IPV6 nelle reti dei tuoi clienti?

Come si vede dal grafico a torta, la percentuale di chi ci ha già lavorato è davvero esigua (il 3%).

Evidentemente ha ragione Enzo, uno dei partecipanti al survey, quando dice: "Le reti medio piccole non ne necessitano; abbiamo tutti sistemi predisposti per implementarlo ma i clienti al momento non lo vogliono né serve loro".

C'è anche chi non ne ha proprio sentito parlare, allora facciamo una brevissima illustrazione.


Il protocollo IP e l'IPv4

Il protocollo IP (Internet Protocol) è l'insieme di regole necessarie alla comunicazione tra due host (ad esempio due computer, un computer e una stampante, un telefono cellulare e una lavatrice).
Uno degli aspetti fondamentali del protocollo è l'indirizzo che ciascun host deve avere per poter essere identificato in modo univoco e per poter essere raggiunto.

La prima versione dell'IP – chiamata anche IPv4 – prevede che l'indirizzo sia composto da quattro byte secondo la celebre notazione dei quattro numeri compresi tra zero e 255 e separati da punti.

Ad esempio: 173.194.40.87

Con questo sistema si possono identificare univocamente circa 4,3 miliardi di host.
Probabilmente sembrava un numero enorme una quarantina di anni fa.
Oggi invece appare molto ridimensionato, vista la dimensione della popolazione internettiana, la quantità di dispositivi (soprattutto mobili) che ciascuno di noi ha, l'internet delle cose e chi più ne ha più ne metta.

L'IPv6

Per questo già da qualche anno è stata definita la nuova versione del protocollo che si chiama IPv6.

La differenza più appariscente è senz'altro quella che riguarda l'indirizzo.
Esso ora è composto da sedici byte che vengono rappresentati in otto gruppi di quattro cifre esadecimali (servono due cifre esadecimali per rappresentare un byte) separati da ":" (due punti).

Ad esempio:  2001:0db8:85a3:0042:1000:8a2e:0370:7334

Il numero di host identificabili sono 340 miliardi di miliardi di miliardi di miliardi.
Un numero difficile da commensurare.
Per dare un'idea, per ogni metro quadrato terrestre si possono identificare univocamente seicentomila miliardi di miliardi di host.
Per ora sembrano bastare ma ne riparliamo tra quarant'anni.

Diffusione di IPv6

Non sembra facile dare una misura della diffusione effettiva di IPv6 anche perché le metriche possibili sono diverse.

Secondo Wikipedia alla fine di novembre 2012 la diffusione di IPv6 stava raggiungendo l'1%.

Cisco mette cortesemente a disposizione uno strumento di monitoraggio secondo cui il numero di utenti in Italia che usano IPv6 sono ad oggi (maggio 2013) lo 0,02%.


Diffusione di IPv6

Per verificare la versione di IP con cui il nostro provider di accesso ci fa uscire su Internet è disponibile questo servizio.

Tirando una sintesi indicativa, la diffusione di IPv6 è ancora bassa ma il fenomeno è partito.
Anche perché gli indirizzi IPv4 sono davvero finiti il 2 febbraio 2011.
A colpi di NAT e di razionalizzazione dell'uso degli indirizzi v4 esistenti si andrà avanti ancora per qualche anno ma non per sempre.
Il rischio maggiore, secondo gli esperti, è la separazione di Internet in due gruppi che non potranno comunicare a causa del diverso protocollo adottato.

Un caso italiano di utilizzo dell'IPv6

Mauro Bernini, titolare di Bernini Informatica, è uno dei partecipanti al nostro survey che ha già avuto modo di implementare IPv6 all'interno della rete di un suo cliente.

Mauro ci racconta che: "I meandri dell'IPv6 non sono molto semplici per chi ha sempre utilizzato IPv4 […] ma dopo circa una settimana di letture notturne e qualche prova sul campo, tutto è andato in discesa".

E poi scende nel dettaglio del problema affrontato: "Ho avuto modo di configurare e utilizzare IPv6 quando ho dovuto installare un server nel Dipartimento di Ingegneria di un'università  dove volevano controllare e gestire in modo centralizzato un elevato numero di centri di stampa tutti basati su tecnologia IPv6. Il programma di controllo e gestione stampe si basava proprio su IPv6 per gestire la stampa Follow me printing. Caso più unico che raro. L'utilizzatore lancia la stampa da qualsiasi device, si presenta davanti a qualsiasi stampante e, dopo essersi autenticato sulla stampante, gli vengono presentate tutte le sue code di stampa. Selezionando la coda e il lavoro desiderato la stampante esegue quanto richiesto. L'autenticazione e la gestione dello spooling viene eseguita da routine che sfruttano IPv6. In questo modo, quando anche tutto il mondo sarà cablato in IPv6, potranno gestire i lavori di stampa provenienti da tutto il mondo e smistarli là dove servono".

E tu, hai qualche esperienza IPv6 da raccontare?

Autore
Andrea Veca
Sono nato nel 1967 a Milano dove ho frequentato con successo le elementari di via Stoppani. Qualche anno dopo, nel 1992, mi sono laureato in ingegneria elettronica, al Politecnico di Milano. Nel frattempo ho conseguito un master presso il centro Cefriel nell'area Network Systems; spiegare agli stranieri come il diploma di master sia arrivato prima della laurea è sempre motivo di grande divertimento. In attesa di servire lo Stato ho trascorso qualche mese a Vienna, lavorando per la società di consulenza Austroconsult (che bella Vienna, chi vi dice che è una città morta non ci è mai stato). Alla fine lo Stato l'ho servito e sono stato ufficiale di complemento in Marina: un anno a Roma a occuparmi di sicurezza dell'informazione, anzi di come sfondare l'altrui sicurezza dell'informazione (che bella Roma, chi vi dice che non è la città più bella del mondo non ci è mai stato). Congedatomi nel 1994 ho costituito Achab il 19 luglio insieme ad alcuni amici. Visione chiara, richiamo della missione, do or die, opportunità da non perdere? Macché: puro caso e poche idee (confuse). Verso la fine del 1998 padroneggiavo il concetto di fattura quando è cominciato il delirio dot com che ci ha fatto trascorrere due o tre anni pieni di follia e divertimento. Due tentativi di acquisizione, la possibile entrata nel capitale di una merchant bank (qualche giorno prima dell'undici settembre abbiamo pensato che non fosse il caso di concludere: è andata bene a entrambi) e una pletora di progetti assurdi in cui si lanciava con grande spregio dei fondamentali. Nel 2003 ci si è dati tutti una calmata. Nel 2007 ho costituito una nuova società, CiDica, destinata a rivoluzionare il modo in cui si erogavano i servizi IT. Ero fermamente determinato a non ripetere gli errori commessi ai tempi della nascita di Achab. E ho mantenuto questa promessa; in compenso ne ho fatto una valanga di altri per cui, visti i cieli plumbei del 2008, ho pensato di liquidare il tutto prima che qualcuno si facesse male. Oggi continuo a lavorare in Achab con grande soddisfazione. Lavoro attivamente a RadioAchab, il podcast per chi si occupa di IT. Appena posso vado a parlare da chi ha voglia di ascoltarmi. Se ti serve un keynote speaker, fammi un fischio. Mi trovi su LinkedInFacebook e Twitter. 31/1/2020: a Pontedera per festeggiare i quarant'anni di PC System Andrea Veca keynote speaker per i 40 anni di PC System 30/1/2020: a Cesenatico a parlare di Comanaged IT a #TCON2020, organizzata da T-Consulting Andrea Veca keynote speaker a TCon2020 organizzata da T-Consulting
Commenti (5)

IPv6? già in uso dove metto le mani (via TB). Per la maggior parte degli utenti è trasparente.
Da segnalare, che di recente, Alice fornisce ipv6 anche all’end (home) user.

Antonio,

Diciamo che la questione indirizzi V4 esauriti è solo la punta del iceberg del perchè passare globalmente a V6. Il V6 porta con se tutta una serie di ottimizzazione, che potremmo anche chiamare servizi, tra cui: quality on service nativa, possibilità per un client roaming di accedere alla propria rete senza VPN, indirizzi dinamici a livello globale ma con una concezione statica.
E’ però triste che siano le reti aziendali a dover migrare su V6, usando poi V6 over V4 per andare in internet, perdendo di fatto tutti i vantaggi. Ormai tutti i sistemi operativi hanno il protocollo V6 attivato di default, quindi il passaggio sarebbe completamente trasparente per l’utente finale.
Dovrebbero essere i provider ad evolvere verso V6 trascinando il mercato, come già accaduto in diversi paesi considerati il terzo mondo. Non dimentichiamo che già nel 1998 si potevano usare dei backbone IPV6 per fare sperimentazione e lavorare su alcune reti, a distanza 15 anni siamo ancora al punto di partenza.

Emilio Polenghi,

Se volete sapere in tempo reale le statistiche sulla diffusione di IPv4 e IPv6 vi segnalo questo simpatico codice da mettere dentro una pagina web.

Lo spazio dopo l’apertura della parentesi angolare e appena prima dell’ultima chiusura sono da eliminare quando inserite il codice in una pagina web.
Questo era l’unico modo che avevo per farvi vedere il codice

< script type="text/javascript" src="http://ipv6.he.net/v4ex/sidebar.js">

Claudio Panerai,

Salve, la mia segnalazione ha a che fare con IP non strettamente affidabili che causano immancabili problemi. (vedi webmail.it o Panaservice.it). Alessandro

Alessandro,

Scusa Alessandro ma non capisco.
Puoi spiegare meglio che cosa intendi?

Andrea Veca,

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